In breve
- La maggior parte della vitamina D, circa l’89-90%, deriva dalla sintesi cutanea e solo il 10-20% dalla dieta.
- Valori di 25(OH)D inferiori a 20 ng/ml sono considerati indicativi di carenza secondo SIOMMMS e AIFA.
- L'EFSA indica un fabbisogno di 15 microgrammi al giorno per gli adulti, con 10 microgrammi per i lattanti.
La vitamina D è una vitamina liposolubile che esiste principalmente come D2 (ergocalciferolo) di origine vegetale e come D3 (colecalciferolo) di origine animale. La pelle produce vitamina D3 quando la radiazione ultravioletta trasforma un composto simile al colesterolo nella pelle nel colecalciferolo. La vitamina D prodotta nella pelle o assunta con la dieta viene trasportata nel sangue legata a una proteina specifica, convertita nel fegato in calcidiolo e poi nel rene in calcitriolo, la forma biologicamente attiva.
La funzione principale della vitamina D è favorire la mineralizzazione dell’osso, aumentando l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo e riducendo l’eliminazione urinaria di calcio. La maggior parte delle cellule dell’organismo possiede il recettore della vitamina D e pertanto è soggetta all’azione del calcitriolo. La vitamina D esercita anche azioni extra-scheletriche, in particolare nella modulazione della risposta del sistema immunitario e nella regolazione della risposta infiammatoria.
Pesce grasso: 4,2-17 microgrammi per 100 grammi
Alcuni pesci grassi, come salmone, sardine, aringhe e sgombri, contengono tra 4,2 e 17 microgrammi per 100 grammi di vitamina D. L’olio di fegato di merluzzo è citato come fonte importante, ma non è un costituente normale della dieta. I funghi contengono vitamina D2: lo champignon ne contiene circa 0,45 microgrammi per 100 g, mentre porcino, ovolo e finferlo contengono circa 2-3 microgrammi per 100 g.
La fonte alimentare copre solo il 10-20% del fabbisogno di vitamina D, mentre la sintesi cutanea dopo esposizione solare fornisce l’89-90%. La fortificazione industriale di alimenti come latte o cereali è diffusa in alcuni paesi, ad esempio negli Stati Uniti, ma non in Italia: latte e derivati diventano fonti apprezzabili solo se fortificati artificialmente.
Livelli di 25(OH)D: valori e misurazioni
Lo stato della vitamina D si misura nel sangue come 25(OH)D, espresso in ng/ml o nmol/L. Esistono variazioni stagionali con valori più alti in estate e autunno e più bassi in inverno e primavera, influenzati da latitudine, colore della pelle, sesso e peso corporeo. Non c’è consenso unanime sui livelli ottimali: l’Associazione Italiana degli Endocrinologi Clinici considera sufficienti valori 20 ng/ml (50 nmol/L) nella popolazione generale.
Per categorie a rischio le stesse linee indicano livelli 30 ng/ml (75 nmol/L), in presenza di età avanzata con storia di cadute o fratture non traumatiche, stili di vita con ridotta esposizione solare o assunzione di farmaci che interferiscono con il metabolismo della vitamina D. Le linee guida SIOMMMS 2023 indicano valori desiderabili di 25(OH)D tra 20 e 40 ng/ml e definiscono la carenza per valori inferiori a 20 ng/ml.
AIFA e SIOMMMS: supplementazione, rischi e interazioni
Esiste consenso nel raccomandare la supplementazione nei primi 12 mesi di vita al dosaggio di 10 microgrammi al giorno, cioè 400 UI. L’AIFA chiarisce che nella popolazione adulta la supplementazione è giustificata per 25(OH)D < 20 ng/ml e in categorie a rischio come persone in strutture riabilitative, donne in gravidanza o con osteoporosi; la scelta di farmaco, dosaggi e modalità deve spettare al medico curante.
L’EFSA ha indicato come fabbisogno giornaliero: 10 microgrammi al giorno per bambini tra 7 e 12 mesi; 15 microgrammi al giorno per gli adulti e per gli adulti sopra i 70 anni, calcolati assumendo una produzione cutanea minima o assente. Gli integratori sul mercato contengono quantità variabili di vitamina D ma non sostituiscono una dieta varia; i farmaci a base di vitamina D devono essere prescritti dal medico.
L’ipervitaminosi D provoca poliuria, polidipsia e ipercalcemia. Livelli di calcidiolo superiori a 150 ng/ml (375 nmol/L) indicano intossicazione. L’intossicazione in persone sane deriva dall’assunzione eccessiva di integratori o farmaci e non dall’esposizione solare o dal cibo. Alcune malattie possono causare ipervitaminosi e diversi farmaci interagiscono con la vitamina D: digitalici, diltiazem, verapamil, diuretici tiazidici, antiepilettici, colestiramina, alcune statine, prednisone e lassativi ad alto dosaggio.
La carenza grave causa rachitismo nei bambini e osteomalacia nell’adulto, con denti più deboli. È documentata una riduzione lieve del rischio di frattura nelle persone molto anziane (>85 anni) che assumono vitamina D insieme a un buon apporto di calcio. Esistono inoltre effetti terapeutici topici di analoghi della vitamina D nella psoriasi. Per la diagnosi e la terapia la raccomandazione è di rivolgersi al medico e misurare i livelli di 25(OH)D quando indicato.
