In breve
- Il 30% degli italiani dorme 6 ore o meno secondo lo studio ISS 2019 su 3.120 persone.
- Le benzodiazepine e i farmaci Z sono consigliati solo per brevi periodi, di solito 2–4 settimane.
- Misure comportamentali e la terapia cognitivo-comportamentale sono preferite prima dei farmaci.
La difficoltà a iniziare o mantenere il sonno, oppure il risveglio precoce, porta a sentirsi stanchi e non riposati al mattino, con ripercussioni su concentrazione e umore. Un adulto ha bisogno mediamente di 7-9 ore di sonno a notte, mentre la qualità del riposo è più importante della sola durata. Se le abitudini raccomandate non migliorano i sintomi, è consigliato rivolgersi al medico di base descrivendo le nottate, possibilmente con un diario del sonno.
L’insonnia pu essere transitoria oppure persistere per mesi o anni; nei casi cronici pu peggiorare la qualità della vita e i rapporti sociali. I sintomi includono: restare svegli a letto per lunghi periodi, risvegli frequenti, risveglio precoce senza riaddormentamento, incapacità di fare sonnellini nonostante la stanchezza, e affaticamento o irritabilità diurna. Tra le cause più frequenti si annoverano ambiente non idoneo, stile di vita, problemi di salute mentale e fisica, e alcuni farmaci.
Studio ISS 2019: incidenza e caratteristiche in Italia
Lo studio del 2019, pubblicato su Scientific Reports, ha coinvolto un campione rappresentativo di 3.120 persone di età pari o superiore a 15 anni. La media delle ore di sonno riportate è di circa 7 ore per notte, ma il 30% degli intervistati dorme sei ore o meno, definito nello studio come sonno insufficiente. Il 14% degli intervistati ha giudicato il proprio sonno come insoddisfacente dal punto di vista qualitativo.
Lo studio identifica differenze per età e status socioeconomico: la prevalenza di problemi del sonno aumenta con l’aumentare dell’età. Un basso livello di istruzione e un basso reddito risultano associati a maggiori problemi di sonno. Le donne riportano una prevalenza più alta di insonnia e sintomi più gravi rispetto agli uomini, mentre non emerge una differenza di genere nella quantità di sonno.
Terapie: benzodiazepine, farmaci Z e melatonina
Nei casi persistenti il medico di base pu richiedere il parere di un neurologo esperto in disturbi del sonno, che spesso chiederà di tenere un diario del sonno per alcune settimane e raccoglierà informazioni su dieta, stile di vita, malattie e terapie in corso. La terapia cognitivo-comportamentale è proposta per modificare pensieri e abitudini che disturbano il sonno; i farmaci sedativo-ipnotici sono riservati a casi selezionati e per brevi periodi.
Le benzodiazepine possono essere prescritte per insonnia grave per periodi limitati, ma comportano rischio di tolleranza, dipendenza ed effetti collaterali come sonnolenza e vertigini residua, difficoltà di concentrazione e apatia. I farmaci cosiddetti Z (esempi citati nella fonte: zolpidem, zopiclone, zaleplon) sono raccomandati solo per uso limitato, di solito 2-4 settimane, e possono aumentare russamento, problemi respiratori notturni e provocare disturbi psichiatrici quali incubi o allucinazioni.
La melatonina è talvolta utilizzata in adulti oltre i 55 anni per periodi determinati dal medico; gli antistaminici da banco possono indurre sonnolenza ma non risolvono l’insonnia e possono causare sonnolenza diurna. Farmaci o terapie non raccomandate includono l’uso di antidepressivi senza diagnosi di depressione e terapie alternative la cui efficacia non è chiaramente dimostrata.
Per migliorare il sonno il materiale indica misure pratiche: mantenere orari regolari per sonno e risveglio; rilassarsi prima di coricarsi con un bagno caldo o musica; usare tende oscuranti, maschera e tappi; evitare caffeina, nicotina, alcol, pasti pesanti e attività fisica nelle ore precedenti; non usare schermi prima di dormire; annotare pensieri e preoccupazioni su carta prima di andare a letto.
La medicina di genere evidenzia che le donne presentano una prevalenza di insonnia superiore del 60% rispetto agli uomini in alcune review multisito (Harvard, Stanford, Southampton). Le differenze sono attribuite a fattori biologici come ormoni e cronobiologia e a fattori sociali e lavorativi, mentre la risposta ai trattamenti comportamentali e farmacologici non mostra differenze marcate secondo le fonti riportate.
