In breve
- Le 45 maggiori aziende di carne e latticini hanno emesso oltre 1 miliardo di tonnellate di CO2 equivalenti tra il 2022 e il 2023.
- I primi cinque emettitori hanno prodotto circa 480 milioni di tonnellate nel 2023, con JBS responsabile di oltre 240 milioni di tonnellate.
- Il Gruppo Cremonini è al ventesimo posto con 14,41 milioni di tonnellate nel 2023, con ricavi di 1.642.716.000 euro per Inalca.
Tra il 2022 e il 2023 le 45 maggiori aziende produttrici di carne e latticini al mondo hanno generato complessivamente oltre 1 miliardo di tonnellate di emissioni di gas serra, misurate in CO2 equivalenti, secondo i dati pubblicati da Greenpeace e da organizzazioni partner.
Lo studio è firmato da Foodrise, Friends of the Earth U.S., Greenpeace Nordic e Institute for Agriculture and Trade Policy e arriva in vista della Conferenza delle Parti sul Clima, COP30, in programma a Belém, Brasile, dal 10 al 21 novembre 2025.
Dati globali: oltre 1 miliardo di tonnellate CO2e
Le emissioni aggregate delle 45 aziende considerate superano quelle dell’Arabia Saudita, indicata nello studio come secondo produttore di petrolio globale.
Lo studio rileva che oltre la metà delle emissioni stimate, il 51%, deriva dal metano, un gas che gli scienziati indicano come necessario ridurre drasticamente entro la fine del decennio per mantenere il riscaldamento entro 1,5°C.
Secondo il rapporto, le emissioni di metano prodotte da queste aziende superano le emissioni di metano di tutti i Paesi dell’Unione Europea e del Regno Unito nel solo 2023.
Top 5 emettitori: JBS, Marfrig, Tyson, Minerva, Cargill
I primi cinque emettitori elencati nello studio, JBS, Marfrig, Tyson, Minerva e Cargill, hanno prodotto insieme circa 480 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti nel 2023.
Il report sottolinea che questa cifra supera le emissioni registrate da colossi petroliferi come Chevron, Shell e BP nello stesso periodo.
Se tutte le aziende prese in esame fossero un Paese, il rapporto indica che rappresenterebbero la nona nazione al mondo per emissioni di gas serra.
Il report segnala inoltre che quasi un quarto delle emissioni totali analizzate è imputabile a JBS, che ha generato oltre 240 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti nel 2023.
Lo studio evidenzia che tre quarti delle emissioni stimate provengono da sole 15 delle 45 aziende analizzate, segnalando il peso sproporzionato dei principali gruppi del settore.
Gruppo Cremonini: 14,41 milioni di tonnellate nel 2023
Tra le 45 aziende incluse nella lista figura un nome italiano: il Gruppo Cremonini, che si colloca al ventesimo posto con 14,41 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti prodotte nel 2023.
Il rapporto confronta questa cifra con le 42,8 milioni di tonnellate di emissioni zootecniche stimate dalla FAO per l’Italia, riportando la rilevanza del dato nel contesto nazionale.
Il Gruppo Cremonini controlla Inalca, indicata come leader per le carni bovine e proprietaria di marchi come Montana e Manzotin, e secondo un’indagine condotta da Greenpeace Italia in collaborazione con Fondazione Openpolis Inalca figura nella top 5 delle aziende italiane con i maggiori ricavi nel settore della carne e dei latticini.
Secondo gli ultimi bilanci disponibili citati nello studio, i ricavi di Inalca ammontano a 1.642.716.000 euro.
Alla vigilia della COP30, Simona Savini, campaigner Agricoltura di Greenpeace Italia, dichiara che la mancata riduzione delle emissioni zootecniche condurrà oltre la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale, e chiede che i governi smettano di ignorare l’impatto climatico della produzione industriale di carne e latticini.
Gli autori del report formulano richieste operative: introdurre dati obbligatori e trasparenti sulla produzione aziendale e la rendicontazione delle emissioni; stabilire obiettivi vincolanti per la riduzione totale delle emissioni agricole, con obiettivi separati per il metano; attuare politiche che limitino la sovrapproduzione e il consumo eccessivo di carne e latticini; sostenere una transizione verso agroecologia, sovranità alimentare e alimenti di origine vegetale, e spostare i fondi pubblici dall’agricoltura industriale su larga scala.