No, il problema non è solo la quantità: un passo analitico con recupero del 98% del Cnr-Isafom e dell’Università Statale di Milano differenzia polimeri compostabili e fossili

In breve

  • Il Cnr-Isafom e l’Università Statale di Milano hanno pubblicato su ACS Sustainable Chemistry & Engineering un protocollo basato su idrolisi termo-alcalina a 80°C.
  • La procedura dissolve PLA e materiali a base di amido, lasciando inalterati PE, PP, PET, PVC e PS, con recupero del 98% e validazione tramite spettroscopia infrarossa.
  • Il metodo consente agli impianti di certificare la qualità del compost e supporta strategie di bioeconomia circolare, nel quadro del progetto ProPla.

Un passo analitico con recupero del 98% è stato messo a punto dal Cnr-Isafom e dall’Università Statale di Milano per identificare plastiche e microplastiche nel compost.

Il metodo differenzia polimeri compostabili da polimeri fossili recalcitranti e si propone come strumento per ridurre la contaminazione del suolo e certificare la qualità del compost.

Pubblicazione su ACS Sustainable Chemistry & Engineering, metodo e risultati

Lo studio è pubblicato sulla rivista scientifica ACS Sustainable Chemistry & Engineering e descrive una procedura di idrolisi termo-alcalina selettiva come spartiacque analitico. Il protocollo sottopone campioni di materiali recuperati dal compost a una soluzione di idrossido di sodio, applicata a 80C, che dissolve completamente i polimeri compostabili. I materiali compostabili citati nello studio includono il PLA e materiali a base di amido, che si dissolvono nella soluzione di NaOH. Le plastiche convenzionali elencate nello studio, che restano inalterate dopo il trattamento, sono PE, PP, PET, PVC e PS.

Il protocollo garantisce un tasso di recupero del 98% e la precisione è stata validata tramite spettroscopia infrarossa, secondo gli autori. I ricercatori segnalano che i metodi precedenti risultavano spesso troppo costosi o imprecisi per applicazioni su larga scala, e presentano il nuovo metodo come a basso costo e ad alta efficacia.

Applicazioni per impianti e bioeconomia circolare

Il testo sottolinea che il suolo si è trasformato in un bacino di accumulo di inquinanti persistenti a causa della crescita della produzione di plastica, pratiche di smaltimento scorrette e dispersione accidentale. La normativa vigente consente tracce di plastica nel compost fino a uno 0,3% in peso, e fino a oggi non permetteva di distinguere con chiarezza le plastiche compostabili dalle plastiche tradizionali. Mirko Cucina, ricercatore del Cnr-Isafom e autore dello studio, spiega che la capacità di distinguere accuratamente i polimeri è un prerequisito fondamentale per la sicurezza alimentare e la sostenibilità delle catene di approvvigionamento globali.

Fabrizio Adani, docente di Chimica agraria dell’Università Statale di Milano e coautore, afferma che la tecnologia supera i limiti dei metodi attuali e offre agli impianti di trattamento dei rifiuti organici una metodologia per certificare la qualità del compost e monitorare la degradazione dei nuovi materiali polimerici. I ricercatori aggiungono che il metodo evita di classificare erroneamente come inquinanti materiali biodegradabili, incentivando l’adozione di alternative compostabili sicure e sostenendo strategie di bioeconomia circolare.

La ricerca è presentata nel contesto del progetto ProPla, descritto come un processo sostenibile per il riutilizzo delle microplastiche. Il materiale di comunicazione menziona inoltre una giornata divulgativa sugli effetti delle micro e nano plastiche sulla salute umana e il caso SIN Brescia-Caffaro, dove sono state scoperte oltre 80 nuove sostanze inquinanti.

Per ulteriori informazioni è riportato il contatto di Fabrizio Adani, Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali – Produzione, Territorio, Agroenergia, con l’indirizzo email FABRIZIO. ADANI@UNIMI. IT e il numero 0250316543.

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