In breve
- La sequenza 1997-1998 iniziò il 26 settembre 1997 con una scossa Mw 5.7 e la principale Mw 6.0 alle 11:40 locali.
- Nuovi modelli 2D e 3D ricostruiscono i primi 10-15 chilometri della crosta e integrano dati di sismica a riflessione e pozzi.
- I fluidi profondi intrappolati tra sovrascorrimenti possono generare sovrapressioni che influenzano la riattivazione delle faglie.
La sequenza sismica dell‘Appennino umbro-marchigiano del 1997-1998 è stata riesaminata con nuovi modelli e dati che concentrano l’attenzione sui primi 10-15 chilometri della crosta terrestre.
Lo studio, condotto da ricercatori dell‘INGV e pubblicato su Tectonophysics, integra profili di sismica a riflessione, dati stratigrafici da pozzi e la letteratura geologica per costruire modelli geologici 2D e 3D validati cinematicamente.
Evoluzione temporale: 26 settembre 1997, Mw 6.0
La crisi umbro-marchigiana si apr il 26 settembre 1997 con una scossa alle 02:33 locali (0:33 UTC) di magnitudo momento Mw 5.7 che svegli vaste porzioni della popolazione e caus i primi crolli; tale evento indusse molte persone a trascorrere la notte all’aperto.
La scossa più violenta si verific alle 11:40 locali del 26 settembre 1997 (9:40 UTC) e fu stimata Mw 6.0, momento in cui la maggior parte delle persone era fuori dalle abitazioni; durante quella forte scossa croll la volta affrescata della Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi.
Nel corso dei mesi successivi la sequenza migr spazialmente: a ottobre 1997 verso sud, interessando Sellano, e in primavera 1998 verso nord, con eventi a Gualdo Tadino; la fase attiva si protrasse fino a maggio 1998, prolungando l’emergenza per quasi un anno.
Il bilancio finale registr 11 vittime dirette, oltre 100 feriti e circa 80.000 case danneggiate in 48 comuni; furono colpiti gravemente il patrimonio storico e artistico, con crolli a Nocera Umbra e al campanile di Foligno e danni gravissimi ad Assisi.
Modelli 3D: primi 10-15 chilometri della crosta
I nuovi modelli ricostruiscono l’architettura dei primi 10-15 chilometri di profondità mostrando una crosta superficiale estremamente intricata, dove strutture ereditarie da fasi compressive coesistono con faglie normali attive sotto regime distensivo.
La ricerca ha utilizzato dati di sismica a riflessione provenienti da campagne esplorative e dataset messi a disposizione da Eni tramite un accordo di interscambio con l‘INGV, oltre a profili stratigrafici e dati geofisici per interpretare le geometrie di faglia.
Dalla sovrapposizione dei modelli 3D con la sismicità storica e strumentale emerge che la sequenza del 1997-1998, insieme agli eventi del 2009 a L’Aquila e del 2016-2017 ad Amatrice-Visso-Norcia, ha coinvolto la riattivazione di strutture ereditate, inclusi sovrascorrimenti e faglie compressive ri-mobilizzate in un regime di estensione.
Lo studio segnala inoltre il ruolo dei fluidi profondi, intrappolati tra grandi sovrascorrimenti che agiscono come barriere impermeabili; tali fluidi possono generare sovrapressioni locali che sembrano controllare la riattivazione delle faglie e l’evoluzione delle sequenze sismiche.
Complessivamente i risultati ribadiscono che per valutare la pericolosità sismica dell’Appennino centrale è necessario integrare le faglie attive odierne con l’eredità strutturale del passato geologico, usando dati geologici e geofisici per porre vincoli robusti alla sismogenesi.