In breve
- Lo studio su 88.500 dimessi in Lombardia (2015-2019) ha rilevato quasi 80.000 re-ospedalizzazioni in circa 42 mesi di follow-up.
- Più di quattro comorbidità aumentano di 2 volte il rischio di re-ricovero e di mortalità per tutte le cause.
- L'accesso remoto ai database di Regione Lombardia ha permesso analisi anonime e la ricostruzione della storia clinica senza identificare i pazienti.
Un’analisi su 88.500 dimessi con diagnosi primaria di scompenso cardiaco in Lombardia nel periodo 2015-2019 evidenzia il legame tra comorbidità non cardiache e esiti clinici peggiori.
Lo studio, condotto dall’IRCCS MultiMedica e dall’Università Statale di Milano e pubblicato su European Journal of Internal Medicine, ha seguito la popolazione per circa 42 mesi di follow-up e ha osservato quasi 80.000 re-ospedalizzazioni per la stessa patologia.
Studio IRCCS MultiMedica su 88.500 dimessi
Lo studio è di tipo epidemiologico osservazionale e ha utilizzato i database sanitari di Regione Lombardia coprendo oltre 10 milioni di residenti. I ricercatori hanno lavorato in remoto sui server regionali e non hanno scaricato i dati, che sono anonimizzati associando ogni cittadino a un unico codice alfanumerico privo di identificazione personale. La ricerca è stata coordinata da Antonio E. Pontiroli, docente di Medicina Interna all’Università Statale di Milano, con contributi di Elena Tagliabue dell’IRCCS MultiMedica e di Giuseppe Ambrosio, docente di Cardiologia all’Università di Perugia.
Il periodo di inclusione dei pazienti va dal 2015 al 2019; il follow-up medio è stato di circa 42 mesi. Nel campione osservato si sono registrate quasi 80.000 re-ospedalizzazioni per scompenso cardiaco tra i soggetti dimessi con diagnosi primaria di questa patologia.
Rischio doppio con più di quattro comorbidità
I pazienti dimessi con scompenso cardiaco che presentavano più di quattro comorbidità avevano, rispetto a chi non ne aveva alcuna, un rischio di re-ricovero doppio. Gli stessi pazienti con più di quattro comorbidità hanno trascorso in ospedale più del doppio dei giorni durante il re-ricovero. La mortalità per tutte le cause è risultata due volte superiore nei pazienti con più di quattro comorbidità rispetto a quelli senza comorbidità.
Le comorbidità non cardiache specificamente associate a rischio aumentato includevano malattia renale cronica, diabete mellito, bronchopneumopatia cronica ostruttiva, malattia epatica cronica, tumore, malattia cerebrovascolare, malattia vascolare periferica e demenza. Il rischio di re-ospedalizzazione cresceva in modo proporzionale al numero di comorbidità presenti.
Accesso ai database di Regione Lombardia
Regione Lombardia ha permesso ai ricercatori di accedere da remoto ai propri server per eseguire le analisi statistiche, garantendo la sicurezza e l’anonimizzazione dei dati. Elena Tagliabue ha spiegato che il sistema associava a ogni cittadino uno stesso codice alfanumerico che non consente di risalire all’identità, rendendo possibile ricostruire la storia clinica senza identificare le persone. Questo approccio ha consentito lo studio su una popolazione real-world ampia e rappresentativa del contesto lombardo.
I ricercatori sottolineano l’importanza di considerare le comorbidità come indicatore di gravità dello scompenso e come strumento per stratificare il rischio dei pazienti. Antonio E. Pontiroli ha dichiarato che la sola classificazione NYHA, basata sui sintomi, non descrive l’evoluzione nel tempo e che l’inclusione delle comorbidità può aiutare a selezionare i pazienti per un’intensificazione precoce delle cure, con l’obiettivo di ridurre seconde ospedalizzazioni e costi sanitari.