In breve
- Il 25 marzo 2024 l’USDA ha confermato H5N1 in bovini in Texas, Kansas e Michigan.
- È stato rilevato RNA virale nel latte, la pastorizzazione inattiva il virus ma il consumo crudo comporta rischio.
- Sono confermati almeno 68 casi umani; vaccini candidati esistono e il CHMP dell’Ema ha dato parere positivo a febbraio 2024.
Il 25 marzo 2024 il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti ha annunciato il primo rilevamento di un ceppo di influenza aviaria ad alta patogenicità H5N1 nelle mucche da latte.
L’annuncio riguarda focolai individuati in Texas, Kansas e Michigan, con un numero imprecisato di bovini risultati positivi al virus.
25 marzo 2024: rilevamento H5N1 nel bestiame negli Stati Uniti
Secondo l’annuncio ufficiale del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, il ceppo H5N1 è stato rilevato per la prima volta nelle mucche da latte il 25 marzo 2024. L’analisi genetica citata nella comunicazione indica che il virus è passato ai bovini alla fine del 2023, probabilmente dopo contatto diretto con uccelli selvatici infetti. Martha Nelson, epidemiologa genomica presso il National Center for Biotechnology Information di Bethesda, ha dichiarato di essere sorpresa dal fatto che il virus isolato nei bovini fosse geneticamente diverso, suggerendo evoluzione e adattamento all’ospite nel corso di mesi.
I dati preliminari del National Animal Disease Center indicano che il virus ha impiegato circa 4 mesi per acquisire mutazioni favorevoli all’adattamento ai mammiferi, secondo materiali non ancora pubblicati ufficialmente. A un anno dai primi casi, il virus aveva colpito circa 900 mandrie negli Stati Uniti, provocando divieti e controlli sanitari stretti sul territorio. Le autorità statunitensi hanno rilevato materiale genetico del virus nel latte in commercio.
Uno studio pubblicato su Emerging Infectious Diseases segnala che la presenza di RNA virale nel latte deriva da replicazione attiva nel tessuto mammario dei bovini infetti. Nicole Martin della Cornell University ha affermato: “la presenza di RNA virale nel latte non rappresenta di per sé un rischio per i consumatori, poiché il processo di pastorizzazione inattiva il virus”.
Presenza nel latte, studi su animali e casi umani: numeri e nomi
Yoshihiro Kawaoka dell’Università del Wisconsin ha pubblicato sul New England Journal of Medicine risultati secondo cui topi nutriti con latte crudo proveniente da una mandria infetta nel Nuovo Messico hanno sviluppato sintomi neurologici tipici dell’infezione da H5N1. In linea con questi risultati, sono state identificate infezioni anche nei gatti, probabilmente per consumo di latte crudo contaminato, con conferma genetica della forte somiglianza tra i virus isolati nei felini e nei bovini.
Nel focolaio più recente, il materiale genetico virale è stato collegato anche al cibo per animali domestici a base di pollo e derivati, spingendo le autorità sanitarie a rafforzare le misure di sicurezza alimentare per ridurre i rischi di contaminazione. Martha Nelson ha sintetizzato la situazione definendola “questa è un’epidemia multi-ospite”.
Ad oggi sono stati confermati almeno 68 casi di infezione umana correlati a questo episodio; la maggior parte dei pazienti ha mostrato sintomi lievi come congiuntivite e disturbi respiratori, ma è stato registrato almeno un caso letale. Storicamente l’H5N1 ha avuto un tasso di letalità molto alto in chi si è infettato, con un valore indicativo intorno al 50% nei focolai umani precedenti; tuttavia, le infezioni umane restano sporadiche e legate a contatto diretto con animali infetti o loro secrezioni.
Mutazioni, rischio di trasmissione uomo-uomo e studi citati
Per diffondersi facilmente tra persone, l’H5N1 dovrebbe acquisire mutazioni che migliorino il legame con i recettori umani nelle alte vie aeree. Uno studio pubblicato su Science indica che una singola mutazione nel virus identificato nei bovini potrebbe consentire il legame ai recettori umani. Un lavoro su Emerging Microbes & Infections ha osservato che un singolo passaggio nell’uomo è stato sufficiente a rendere il virus più adatto a proliferare nella nostra specie.
Martinez-Sobrido e colleghi, analizzando un ceppo isolato da un paziente in Texas, hanno rilevato che ci sono nove mutazioni che non erano presenti nel ceppo bovino, il che suggerisce che si sono verificate dopo l’infezione nell’uomo. I ricercatori hanno identificato una combinazione unica di mutazioni che migliorano la replicazione nelle cellule umane e aumentano la virulenza nei topi rispetto ai ceppi bovini.
Un caso riportato in Canada riguarda una ragazza di 13 anni con asma lieve e obesità che ha sviluppato una forma severa richiedente terapia intensiva; il sequenziamento di un isolato virale prelevato otto giorni dopo l’insorgenza ha mostrato tre mutazioni associate a maggiore virulenza e adattamento umano, senza che sia chiaro se fossero presenti all’inizio o si siano sviluppate durante la malattia. Gli esperti ricordano il rischio di riassortimento, cioè il riarrangiamento di segmenti virali tra H5N1 e altri virus influenzali, potenzialmente pericoloso per l’uomo.
Vincent Munster del National Institute of Allergy and Infectious Diseases ha osservato al New York Times: “La storia insegna che, anche se il virus mutasse cos tanto da cominciare a diffondersi da persona a persona, potrebbe dover rinunciare a qualcosa in cambio”. Florian Krammer della Icahn School of Medicine del Mount Sinai ha sottolineato il rischio aggiuntivo rappresentato da un’epidemia nei maiali, considerati ospiti che favoriscono il riassortimento tra ceppi aviari e mammiferi.
Trattamenti approvati e sviluppo vaccinale fino a febbraio 2024
Modelli animali hanno mostrato che antivirali come oseltamivir e zanamivir riducono la replicazione virale e migliorano la sopravvivenza dopo infezione da H5N1. Dati osservazionali suggeriscono che l’uso precoce di oseltamivir migliora la sopravvivenza nei pazienti umani e l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda oseltamivir per trattamento e profilassi nei casi sospetti o confermati.
Sono stati per identificati ceppi di H5N1 resistenti a questi farmaci, motivo per cui la ricerca sperimenta nuovi composti. Un lavoro pubblicato su Cell ha usato anticorpi specifici contro la neuraminidasi per proteggere animali da laboratorio dall’infezione letale.
Per la prevenzione, l’OMS dispone di vaccini candidati contro H5N1 pronti per produzione su larga scala. I Centers for Disease Control and Prevention hanno riferito che il ceppo isolato da una persona negli Stati Uniti è correlato a due ceppi inclusi in un vaccino candidato. A febbraio 2024 il Comitato per i medicinali di uso umano CHMP dell’Agenzia europea per i medicinali ha espresso parere positivo per l’approvazione di due vaccini contro A/H5N1 in Unione Europea; si attende il via libera della Commissione Europea.