Dalla maternità alla menopausa: dati sul lavoro e sulla salute femminile

gruppo di donne professioniste in ufficio che discutono documenti

In breve

  • Il 60% del campione è favorevole a misure dedicate per la salute mestruale, inclusi congedi retribuiti, flessibilità e garanzie di non impatto sulla carriera.
  • Circa il 50% delle lavoratrici in menopausa riporta peggioramento della qualità lavorativa; il 49% indica stanchezza e il 43% aumento dello stress.
  • Il 34% dei soggetti con difficoltà di concepimento ha intrapreso trattamenti medici; il 17% ha avuto un’interruzione spontanea e il 9% un’IVG.

La ricerca Women’s Health Impact Report, realizzata da Deloitte con la collaborazione di Human Hall dell’Università Statale di Milano e il supporto metodologico di Ipsos, ha coinvolto 1.000 lavoratrici e 600 lavoratori. Lo studio indaga come ciclo mestruale, menopausa, ricorso alla procreazione assistita, aborto e interruzione di gravidanza influenzino la carriera e la qualità della vita lavorativa. Il rapporto cerca stigma e tabù e il ruolo delle aziende nel supporto alla salute femminile.

Chrystelle Simon, DE&I Leader di Deloitte Italy e Central Mediterranean, dichiara che un ambiente equo richiede il riconoscimento dell’impatto sulla vita lavorativa delle donne per eliminare discriminazioni e violenza di genere. Silvana Perfetti, Chair Deloitte Central Mediterranean, afferma che la leadership pu creare un ambiente di lavoro improntato alla sicurezza psicologica dove le donne possano esprimersi liberamente. Marilisa D’Amico, coordinatrice di Human Hall e presidente del Comitato Unico di Garanzia dell’Università degli Studi di Milano, sottolinea che la salute femminile deve rientrare nelle responsabilità istituzionali di impresa e tradursi in strumenti concreti.

60% favorevole alle policy per il ciclo mestruale

Lo studio rileva che il 55% delle persone considera la salute mestruale una questione privata, e circa il 46% del campione totale non ha mai discusso di salute mestruale sul lavoro; la percentuale è del 48% per gli uomini e del 43% per le donne. Tra le ragioni del silenzio emerge la paura del giudizio, più alta nelle persone che si riconoscono come LGBT+ (36%) rispetto alle rispondenti eterosessuali (22%). Il 68% del campione segnala un impatto sulla qualità della vita lavorativa dovuto al ciclo, e il 31% dichiara di doversi assentare quasi ogni mese a causa del ciclo.

Solo una donna su cinque segnala di parlarne con il proprio team leader. Il 10% delle lavoratrici riporta discriminazioni legate al ciclo mestruale; le modalità principali segnalate sono aggressioni verbali nel 38% dei casi e rallentamento di carriera nel 14% dei casi. Sul fronte delle misure, il 60% del campione si dichiara favorevole all’introduzione di misure dedicate; tra queste, il 64% sostiene congedi retribuiti, il 62% sostiene la flessibilità e il 66% chiede garanzie di non impatto sulla carriera.

50% indica impatto della menopausa sul lavoro

La ricerca mostra che circa una lavoratrice su due in menopausa o perimenopausa riporta un peggioramento della qualità della vita lavorativa. I sintomi più segnalati sono stanchezza nel 49% dei casi e aumento dello stress nel 43% dei casi. In un quarto dei casi le lavoratrici si assentano per motivi legati alla menopausa.

La comunicazione resta limitata: solo una lavoratrice su sei dichiara di averne parlato con il proprio team leader. Anche per la menopausa oltre il 60% del campione si dichiara favorevole a misure di supporto, tra cui congedi retribuiti, garanzie di non impatto sui percorsi di carriera, coperture assicurative e programmi di formazione per i team leader. La paura del giudizio è una barriera comunicativa rilevante, più alta tra le persone con disabilità (37%) rispetto alle persone senza disabilità (29%).

34% ha usato trattamenti di fertilità; 17% spontanee e 9% IVG

Lo studio indica che circa una persona su dieci tra gli intervistati ha affrontato problemi di fertilità, e il 34% del campione che ha cercato una genitorialità ha dovuto intraprendere trattamenti medici specifici, come stimolazione ormonale o fecondazione in vitro. Soltanto il 29% delle persone ha affrontato il tema della fertilità con il proprio superiore; la principale barriera è la volontà di mantenere la riservatezza, seguita dal timore di impatto sulla carriera.

Per quanto riguarda le interruzioni di gravidanza, il 17% della popolazione intervistata dichiara di aver vissuto un’interruzione spontanea, mentre l’interruzione volontaria della gravidanza riguarda circa il 9% dei soggetti. Solo il 35% delle persone parla con facilità dell’esperienza. In ambito lavorativo le ripercussioni maggiori indicate sono difficoltà di concentrazione nel 35% dei casi, aumento dello stress nel 28% e sensazione di spossatezza nel 23%.

Dal punto di vista logistico, il 55% delle persone ha dovuto assentarsi dal lavoro dopo un’interruzione di gravidanza, con una media di assenza intorno ai 5 giorni. La conoscenza delle tutele esistenti è ancora limitata, ma oltre il 60% degli intervistati esprime consenso sull’urgenza di implementare misure strutturali come garanzie contro l’impatto sulla carriera e congedi retribuiti specifici, oltre a maggiore formazione per i manager.

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