La più attenta lettura della crisi dell’Ilva di Taranto non viene dai titoli ma dallo studio su Administrative Science Quarterly che ricostruisce archivi e interviste

Stabilimento siderurgico al crepuscolo con operai in controluce

In breve

  • Lo studio, pubblicato su Administrative Science Quarterly, è di Elisa Giuliani e Andrew Spicer.
  • Gli autori hanno analizzato oltre 230 testimonianze, 56 interviste (2020-2025) e più di 3.000 pagine di documenti.
  • Il 2008 e il 2012 sono i passaggi chiave: 1.200 pecore abbattute nel 2008 e 8.000 lavoratori mobilitati nel 2012.

Lo studio pubblicato su Administrative Science Quarterly da Elisa Giuliani dell’Università di Pisa e Andrew Spicer dell’University of South Carolina analizza la crisi dell’Ilva di Taranto e il suo impatto sulla fiducia nelle istituzioni.

Gli autori raccolgono e interpretano materiale tratto da archivi giornalistici, libri e documenti audiovisivi, insieme a interviste dirette con operai ed ex operai; la ricerca mostra come l’assenza di soluzioni concrete trasformi uno scandalo industriale in una perdita di fiducia nello Stato.

Ilva: i dati dello studio su 230 testimonianze

Gli autori hanno analizzato oltre 230 testimonianze provenienti da archivi giornalistici, libri e materiali audiovisivi.

Gli autori hanno condotto 56 interviste dirette con operai ed ex operai dell’ex-Ilva tra il 2020 e il 2025, per oltre 63 ore di registrazioni.

La documentazione esaminata comprende più di 3.000 pagine di fonti documentarie e circa 17 ore di materiali audiovisivi.

Lo studio porta in evidenza dichiarazioni raccolte in quelle fonti e mette a confronto i racconti degli insider con il contesto istituzionale e giudiziario della vicenda Ilva.

2008, 1.200 pecore e il punto di rottura nella percezione

Il primo passaggio individuato dallo studio è lo scandalo della diossina del 2008, quando la contaminazione port all’abbattimento di circa 1.200 pecore allevate vicino allo stabilimento.

Quella data è descritta dagli autori come una cesura: l’inquinamento, fino ad allora vissuto come normale nella vita di fabbrica, comincia a essere interpretato come causa di danno personale e collettivo.

Il secondo passaggio è la crisi del 2012, quando la magistratura dispose il sequestro di parte degli impianti per rischi sanitari e ambientali e circa 8.000 lavoratori parteciparono a una manifestazione contro la possibile chiusura dello stabilimento.

Le testimonianze citano frasi drammatiche come “Meglio il cancro dopo che perdere il lavoro adesso“, che riflettono la priorità percepita del lavoro sulla salute nella scelta individuale e collettiva.

Trappola del doppio fallimento e responsabilità dello Stato

Gli autori coniano l’espressione “trappola del doppio fallimento” per descrivere come la rassegnazione dentro la fabbrica e il senso di abbandono fuori di essa si rafforzino reciprocamente.

Secondo Giuliani e Spicer, quando gli operai sono lasciati davanti alla scelta tra salute e lavoro senza soluzioni concrete, la responsabilità viene attribuita non solo all’azienda ma anche agli organismi di controllo, alla politica e allo Stato.

La ricerca osserva che la difesa del posto di lavoro non equivale a difendere l’azienda ma a difendere il lavoro come elemento vitale della dignità personale, data l’assenza di alternative occupazionali e il bisogno di mantenere le famiglie.

Gli autori registrano inoltre che una parte della comunità e dei movimenti ambientalisti interpreta la difesa del posto di lavoro come complicità, arrivando in alcuni casi a definire gli operai “assassini”, creando una seconda vittimizzazione e una frattura nella cittadinanza.

Giuliani conclude che la lettura del problema come un semplice trade-off tra salute e lavoro mantiene le politiche sulla strada sbagliata e che il diritto alla vita e alla salute deve valere più del diritto ad accumulare capitali, richiamando la politica alle proprie responsabilità nella gestione dell’epoca Riva.

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