La più visibile azione davanti alla sede del marchio Rigamonti non è lo striscione ma il legame evocato tra bresaola della Valtellina IGP e JBS

In breve

  • A Montagna in Valtellina attivisti di Greenpeace Italia hanno protestato davanti a Rigamonti, marchio di proprietà al 100% di JBS.
  • Greenpeace Brasile ha pubblicato il dossier «JBS: Cooking the Planet» e ha condotto azioni durante l’assemblea degli azionisti a San Paolo.
  • La quotazione alla Borsa di New York e la ristrutturazione aumenterebbero il controllo dei fratelli Batista dal 48% a quasi l’85%.

Ieri pomeriggio a Montagna in Valtellina (SO) un gruppo di attiviste e attivisti di Greenpeace Italia ha protestato davanti alla sede del marchio Rigamonti, noto per la produzione della bresaola della Valtellina IGP. Gli attivisti hanno esposto uno striscione con la scritta Ogni fetta una ferita alle foreste e banner in italiano e inglese, tra cui Carne che divora le foreste e JBS profits, forests burn. Rigamonti è indicato come di proprietà al 100% del colosso brasiliano della carne JBS, dettaglio sottolineato dall’azione.

La protesta in Italia è stata accompagnata da altre azioni simultanee in Lussemburgo, Paesi Bassi, Svezia e Brasile. Greenpeace Brasile ha pubblicato un dossier intitolato JBS: Cooking the Planet, che documenta la storia di promesse non mantenute da JBS e le accuse di abusi ambientali, violazione dei diritti umani e corruzione politica. Le azioni coordinate mirano a collegare le attività del gruppo alla deforestazione e al collasso climatico, con particolare attenzione alle emissioni di metano attribuite alla filiera.

Dettagli dell’azione a Montagna in Valtellina

Davanti alla sede Rigamonti gli attivisti hanno esposto lo striscione Ogni fetta una ferita alle foreste e banner con messaggi sia in italiano sia in inglese, fra cui Carne che divora le foreste e JBS profits, forests burn. L’azione italiana è stata condotta da aderenti a Greenpeace Italia e ha voluto mettere in relazione il marchio locale con la proprietà totale di JBS. La presenza del riferimento alla bresaola della Valtellina IGP evidenzia il legame tra prodotto noto e responsabilità della casa madre.

Azione a San Paolo e misure degli attivisti in Brasile

A San Paolo gli attivisti di Greenpeace Brasile sono entrati in azione durante l’assemblea annuale degli azionisti di JBS, venendo allontanati con la forza dopo aver interrotto una presentazione agli azionisti. Altri dieci attivisti hanno protestato all’ingresso del complesso JBS e alcuni si sono ammanettati alle ringhiere. Un grande striscione con la scritta JBS profits, forests burn è stato inoltre esposto sul tetto di un edificio JBS adiacente: il formato del gigantesco striscione è stato indicato come di 1.200 metri quadrati.

Durante l’azione due attivisti hanno impersonato i fratelli miliardari a capo di JBS, Joesley e Wesley Batista, i cui nomi sono citati nel materiale come legati a scandali di corruzione di alto profilo. I manifestanti hanno anche utilizzato slogan in portoghese, tra cui #RispettateL’Amazzonia e JBS: il tuo profitto, la nostra estinzione. Le azioni brasiliane sono state abbinate alla pubblicazione del dossier JBS: Cooking the Planet da parte di Greenpeace Brasile.

Quotazione a New York, ristrutturazione e influenza dei fratelli Batista

Le proteste sono arrivate pochi giorni dopo che la Securities and Exchange Commission statunitense ha dato il via libera alla richiesta di JBS di quotare le sue azioni alla Borsa di New York. La quotazione è collegata a una ristrutturazione che trasferisce la società madre di JBS dal Brasile ai Paesi Bassi. Il trasferimento aumenterebbe il controllo dei voti dei fratelli Batista dal 48% a quasi il 85%, riducendo l’influenza degli azionisti di minoranza su questioni ambientali e di diritti umani.

Martina Borghi, campaigner Foreste di Greenpeace Italia, ha dichiarato che JBS e la sua fame di profitto a ogni costo rappresentano tutto ci che non va nell’agricoltura industriale e ha ricordato il ruolo della filiera nel alimentare la deforestazione in ecosistemi vitali come l’Amazzonia e nelle colossali emissioni, in particolare di metano. Borghi ha chiesto che la quotazione di JBS venga bloccata e che il Bureau Financieel Toezicht, autorità di regolamentazione olandese, intervenga.

Il testo del dossier e le azioni di protesta chiedono inoltre che i governi chiedano conto all’agricoltura industriale dei danni prodotti a livello globale. Greenpeace ha puntato il dito contro la costruzione dell’impero di JBS su presunti casi di corruzione e promesse non mantenute, sostenendo che non dovrebbe essere ricompensato con l’accesso ai mercati pubblici. L’organizzazione ha usato la protesta per collegare la pratica commerciale e le scelte di corporate governance agli impatti ambientali e climatici citati nel dossier.

All’inizio di aprile è stato reso noto che Pilgrim’s Pride, azienda di pollame di proprietà di JBS, ha effettuato una donazione di 5 milioni di dollari al fondo per l’insediamento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump; il dato è citato nel materiale come elemento rilevante nel contesto delle relazioni politiche e finanziarie della multinazionale. Greenpeace ha chiesto trasparenza e interventi regolatori internazionali per fermare l’espansione globale che, secondo l’organizzazione, contribuirebbe al peggioramento della crisi climatica.

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