In breve
- Il gene umano BC200 è stato identificato nel genoma del virus Molluscum contagiosum e lo studio è stato pubblicato su Science a fine settembre 2026.
- La versione umana di BC200 esiste in 178 copie nel genoma umano, è presente da circa 40 milioni di anni e la versione virale è datata a circa 160.000 anni fa.
- Gli autori attribuiscono il trasferimento a un retrotrasposone LINE-1 e rilevano due copie di BC200 in tutti gli isolati virali analizzati, suggerendo una funzione conservata nel virus.
La scoperta di una sequenza di origine umana chiamata BC200 nel genoma di Molluscum contagiosum è stata pubblicata su Science alla fine di settembre 2026. Il virus, un parente distante del vaiolo appartenente ai poxvirus, provoca piccole papule cutanee tipicamente nei bambini. Quattro scienziati, due con sede a Pechino e due negli Stati Uniti, firmano lo studio.
Gli autori hanno rilevato che la versione umana di BC200 è presente in 178 copie nel genoma umano e che la sua comparsa nell’albero evolutivo dei primati risale a circa 40 milioni di anni fa. BC200 è un elemento trasponibile, detto anche trasposone, e gli scienziati ne ipotizzano una possibile funzione nella regolazione della produzione proteica nel cervello. I trasposoni si muovono con meccanismi di tipo “taglia e incolla” riconosciuti dalle proteine trasposasi, mentre i retrotrasposoni utilizzano RNA e trascrittasi inversa.
Studio su Science pubblicato a fine settembre 2026
Lo studio, pubblicato a fine settembre 2026 su Science, conclude che lo scambio genetico tra ospite umano e virus è andato anche nella direzione opposta a quella comunemente nota. Gli autori osservano che BC200 sfuma il confine tra gene ed elemento trasponibile, combinando una funzione stabile con una capacità di mobilizzazione persistente. I ricercatori datano l’inserzione della versione virale di BC200 in Molluscum contagiosum a circa 160.000 anni fa, sulla base del conto delle mutazioni accumulate rispetto alla sequenza umana.
Nel lavoro si segnala inoltre che la versione virale oggi contiene due copie di BC200 presenti in tutti gli esemplari analizzati, osservazione che suggerisce una funzione conservata nel virus. Un autore citato, Cédric Freschotte della Cornell University, ha spiegato al New York Times che la sequenza virale probabilmente sfrutta proteine dell’organismo infettato per attivare il processo di replicazione virale. Lo studio coinvolge ricercatori con afferenze a Pechino e agli Stati Uniti; i nomi specifici degli istituti a Pechino non sono riportati nel testo della fonte.
Meccanismi molecolari e contesto evolutivo
Secondo gli autori, l’inserzione di BC200 nel virus deriva probabilmente dall’azione di un retrotrasposone umano del tipo LINE-1. I retrovirus e i retrotrasposoni condividono l’uso della trascrittasi inversa per copiare RNA in DNA e inserire la copia nel genoma dell’ospite, meccanismo ritenuto responsabile dell’integrazione di sequenze virali nel genoma umano. Gli studiosi sottolineano che, mentre è noto da tempo che il genoma umano contiene sequenze di origine virale, è nuova la dimostrazione documentata di trasferimento nella direzione ospite verso virus.
La fonte ricorda inoltre la scoperta dei trasposoni da parte della biologa statunitense Barbara McClintock, che negli anni ’50 colleg la diversa colorazione delle pannocchie di mais alle mutazioni indotte da elementi mobili e ricevette il Nobel per la medicina nel 1983. I trasposoni costituiscono circa il 17% del genoma umano, secondo il testo della fonte. Gli autori del pezzo notano che porzioni di DNA di origine virale hanno contribuito a funzioni umane importanti, come un gene coinvolto nella formazione della placenta e altri contributi alla plasticità neuronale, e che molte sequenze conservate agiscono come interruttori dell’espressione genica.
Il testo segnala infine un commento mediatico: un tweet del giornalista Carl Zimmer, pubblicato il 28 settembre 2026, sintetizza l’idea che il genoma umano sia in parte di origine virale e che esista ora un virus con sequenze di origine umana. Il pezzo del 9 ottobre 2026 riprende questi elementi per evidenziare che, nel lungo percorso evolutivo, scambi genetici bilaterali tra ospiti e virus hanno contribuito sia alla nostra biologia sia alla capacità di alcuni virus di diventare virali.
