In breve
- Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia esprimono solidarietà ai lavoratori di Acciaierie d’Italia e alle loro famiglie.
- Le associazioni avanzano cinque richieste: tavolo nazionale vincolante, soggetto statale, piano di decarbonizzazione entro 2030, investimenti in rinnovabili e idrogeno verde, e piattaforma di finanziamento mista.
- Le organizzazioni avvertono del rischio di danni ambientali e sanitari senza un piano strutturato di bonifica e riconversione.
Tre associazioni ambientaliste, Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia, esprimono solidarietà alle lavoratrici e ai lavoratori del gruppo Acciaierie d’Italia e alle loro famiglie in un momento di profonda incertezza, con migliaia di persone interessate dalle misure di cassa integrazione.
Le associazioni affermano che la tutela dell’occupazione e il rispetto della dignità delle persone devono essere vincolanti in ogni processo decisionale sul futuro degli stabilimenti, alla pari della salvaguardia della salute e della necessità di abbattere le emissioni inquinanti e climalteranti.
Nel testo si riporta testualmente: “Siamo dalla loro parte: la tutela dell’occupazione e il rispetto della dignità delle persone devono essere elementi vincolanti in qualunque processo decisionale che riguardi il futuro degli stabilimenti, alla pari della salvaguardia della salute e della necessità di abbattere le emissioni inquinanti e climalteranti”.
Cinque richieste immediate alle istituzioni
Le tre organizzazioni rilanciano il piano con cinque richieste immediate rivolte al Governo e agli altri attori interessati. La prima richiesta è l’istituzione di un Tavolo nazionale vincolante Governo-Regioni-Sindacati-Comuni-Imprese-Società civile per definire la governance, il coinvolgimento delle comunità locali e le garanzie occupazionali, comprese misure di reindustrializzazione e politiche attive del lavoro.
La seconda richiesta propone la creazione di un nuovo soggetto imprenditoriale controllato dallo Stato, indicato come l’unico soggetto capace di garantire decarbonizzazione, diversificazione produttiva, bonifiche e tutela occupazionale.
La terza richiesta è la definizione di un Piano di decarbonizzazione credibile con finanziamenti certi che preveda la realizzazione entro il 2030 di nuovi forni elettrici per la produzione di acciaio, la progressiva dismissione di altoforni e cokerie, e la costruzione di un impianto per la produzione di ferro preridotto (DRI), escludendo qualsiasi ricorso a impianti di rigassificazione.
La quarta richiesta chiede di accelerare gli investimenti sulle filiere industriali delle fonti rinnovabili e dell’idrogeno verde per ridurre gli impatti su clima, ambiente e salute e per creare posti di lavoro aggiuntivi per compensare la minore intensità di manodopera dei processi elettrificati.
La quinta richiesta invoca l’utilizzo immediato dei fondi nazionali e comunitari di scopo e il coinvolgimento delle istituzioni europee e delle banche di sviluppo per creare una piattaforma mista di finanziamento composta da sovvenzioni, prestiti agevolati e garanzie, cos da permettere una transizione industriale sostenibile in linea con il Piano Nazionale Integrato Energia Clima (PNIEC).
Dieci giorni fa, le associazioni avevano chiesto un piano al Governo
Le associazioni ricordano di aver già sollecitato il Governo dieci giorni fa a presentare un piano di transizione degli stabilimenti del gruppo basato su una governance chiara, tempi e finanziamenti certi e obiettivi misurabili per la decarbonizzazione e per la messa in sicurezza delle aree.
Nel comunicato si avverte del rischio di danno ambientale e sanitario nel caso di una gestione emergenziale o di una chiusura non programmata del ciclo produttivo, specie se priva di un piano strutturato di bonifica e riconversione.
Le associazioni scrivono testualmente: “Va scongiurato il rischio ambientale e sanitario che una gestione emergenziale o una chiusura non programmata del ciclo produttivo comportano, specie se attuate in assenza di un piano strutturato di bonifica e di riconversione: ci sarebbero gravi rischi di danno ambientale duraturo per il territorio e per la salute delle comunità locali”.
Le organizzazioni respingono il presunto ricatto tra “salvare i posti di lavoro” e “salvare l’ambiente e la salute” e affermano che l’unica via praticabile è una transizione pianificata e partecipata che combini tutela sociale e sanitaria con trasformazione tecnologica.
Si sottolinea che, senza un piano credibile di decarbonizzazione e investimenti strutturali, si rischiano sia la perdita di posti di lavoro sia un aggravamento dell’impatto ambientale e sanitario sul territorio, con conseguenze negative per le popolazioni delle città coinvolte e un mancato rispetto delle responsabilità imprenditoriali.
