Questo focolaio di Hantavirus variante Andes segnalato dall’Oms a bordo della Mv Hondius avvia dubbi sul rischio di contagio dopo la disinfettata al porto di Rotterdam

In breve

  • Il focolaio della variante Andes è stato notificato dall'Oms il 2 maggio e la Mv Hondius è approdata a Rotterdam il 18 maggio 2026.
  • Gli Hantavirus sono zoonotici, trasmessi soprattutto per inalazione di aerosol contaminati da roditori, con trasmissione interumana generalmente assente.
  • Non esistono vaccini o antivirali efficaci; il trattamento è di supporto con terapia intensiva o dialisi nei casi gravi.

Il focolaio di Hantavirus variante Andes è stato segnalato dall‘Oms dopo casi a bordo della nave da crociera Mv Hondius, partita da Ushuaia l’1 aprile 2026 e approdata a Rotterdam il 18 maggio 2026.

La notifica ufficiale dell‘Oms relativa al focolaio è datata 2 maggio 2026, e la nave è stata disinfettata al porto di Rotterdam luned 18 maggio 2026.

Focolaio sulla Mv Hondius, 18 maggio 2026

La nave da crociera Mv Hondius è partita da Ushuaia, Argentina, il 1 aprile 2026 e il focolaio è stato notificato all‘Oms il 2 maggio 2026.

La Mv Hondius è approdata al porto di Rotterdam il 18 maggio 2026 per le operazioni di disinfezione.

La segnalazione riguarda specificamente la variante Andes dell’Hantavirus, nota per casi documentati di trasmissione tra persone, sebbene con efficienza molto bassa.

Hantavirus, RNA a filamento negativo

Gli Hantavirus sono virus a RNA a filamento negativo e sono zoonotici, circolando naturalmente nei roditori senza causare loro malattia significativa.

L’uomo è un ospite accidentale; la trasmissione avviene quasi esclusivamente per inalazione di aerosol contaminati da urine, feci o saliva di roditori che si sono essiccati e diventano particelle respirabili.

La trasmissione interumana è assente nella quasi totalità dei ceppi; l’unica eccezione parziale nota è la variante Andes, con trasmissione tra persone documentata solo in contesti di contatto ravvicinato e con efficienza molto bassa.

Periodo di incubazione e sintomi, una a sei settimane

Il periodo di incubazione varia da una a sei settimane, con una media spesso tra due e quattro settimane, il che rende difficile risalire all’esposizione precisa.

I sintomi iniziali sono aspecifici: febbre, dolori muscolari diffusi, astenia e malessere generale, simili a molte infezioni virali respiratorie.

In base al ceppo e all’area geografica, l’infezione pu evolvere verso interessamento renale nei ceppi eurasiatici, con possibile insufficienza renale acuta, o verso sindrome polmonare grave nei ceppi americani, con edema polmonare e insufficienza respiratoria.

La gravità dipende meno dalla distruzione diretta delle cellule infettate e più da una risposta immunitaria eccessiva che danneggia l’endotelio vascolare.

Diffusione, rischio rispetto al SARS-CoV-2

L’Hantavirus non si diffonde con la stessa velocità o per via aerea come il SARS-CoV-2; non genera catene epidemiche sostenute perché la trasmissione da persona a persona è generalmente assente.

La diffusione dipende dalla presenza di roditori infetti e dall’esposizione ambientale umana; i casi sono in genere sporadici e legati a condizioni ecologiche o occupazionali.

Anche nei rari casi di trasmissione interumana della variante Andes, la capacità di propagazione è limitata e le catene di contagio si esauriscono rapidamente.

Gruppi a rischio e terapie disponibili

Il fattore determinante del rischio è l’esposizione: sono più a rischio le persone che vivono o lavorano in ambienti rurali o forestali e chi è a stretto contatto con popolazioni di roditori.

La gravità aumenta nei pazienti con comorbilità cardiovascolari, renali o respiratorie, ma anche giovani sani possono sviluppare forme severe, soprattutto nelle varianti polmonari aggressive.

Non esistono al momento vaccini né terapie antivirali comprovate per l’Hantavirus; il trattamento è di supporto per i danni d’organo, con ricovero in terapia intensiva e assistenza respiratoria nelle forme polmonari gravi e dialisi nelle forme con insufficienza renale.

Sono stati studiati antivirali come la ribavirina con risultati limitati e non conclusivi; la ricerca è orientata allo sviluppo di vaccini sperimentali e di anticorpi monoclonali neutralizzanti contro proteine dell’envelope virale.

Per approfondimenti è citato Sergio Abrignani, docente e immunologo del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità della Statale, con contatti riportati nella fonte.

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