Questo rapporto tra attività di malattia e rischio cardiovascolare emerso nello studio dell’Ateneo fiorentino coordinato da Domenico Prisco pu cambiare la valutazione clinica

In breve

  • Lo studio dell’Università di Firenze ha incluso 144 pazienti con lupus e 90 controlli sani, pubblicato con DOI 10.1002/art.43371.
  • Lo stress ossidativo altera il fibrinogeno, rendendo i coaguli più compatti e resistenti alla degradazione, aumentando il rischio trombotico.
  • Neutrofili e NADPH ossidasi sono implicati nel danno renale e nei meccanismi che collegano lupus e complicanze cardiovascolari.

Un nuovo studio guidato da Matteo Becatti, Claudia Fiorillo e coordinato con Domenico Prisco descrive il legame tra lupus eritematoso sistemico e il rischio cardiovascolare. I ricercatori appartengono al Dipartimento di Scienze Biomediche, Sperimentali e Cliniche “Mario Serio” e al Dipartimento di Medicina Sperimentale e Clinica dell’Ateneo fiorentino. Lo studio è frutto di una collaborazione con Giacomo Emmi dell’Università di Trieste e la versione completa è pubblicata su Arthritis & Rheumatology con DOI 10.1002/art.43371.

In Italia sono segnalati più di 60.000 pazienti con lupus eritematoso sistemico, prevalentemente donne a partire dai 15 anni. Gli autori spiegano che il rischio cardiovascolare nei pazienti con lupus è fino a dieci volte superiore rispetto alla popolazione generale, e non è spiegato unicamente dai fattori di rischio tradizionali. Lo studio indica che l’attività della malattia e lo stato infiammatorio cronico svolgono un ruolo determinante nell’aumentata incidenza di eventi cardiovascolari.

Studio pubblicato su Arthritis & Rheumatology, DOI 10.1002/art.43371

La ricerca, pubblicata su Arthritis & Rheumatology, ha incluso 144 pazienti con lupus e 90 controlli sani. Il lavoro è riportato con il DOI 10.1002/art.43371, fornendo accesso al testo integrale e ai dati sperimentali. Gli autori principali sono Becatti, Fiorillo e Prisco, con la collaborazione di Emmi, e le affiliazioni istituzionali sono i dipartimenti dell’Università di Firenze citati dagli stessi ricercatori.

Le analisi sono state condotte su campioni di sangue e su tessuto renale prelevato da pazienti con nefrite lupica. I risultati mostrano alterazioni molecolari misurate e confrontate tra i gruppi, con dati quantitativi sui cambiamenti del fibrinogeno e sulle proprietà dei coaguli. Le misurazioni indicano che le modifiche osservate sono correlate all’intensità dello stress ossidativo e alla gravità clinica del lupus.

Coinvolgimento di neutrofili e NADPH ossidasi nei tessuti renali

Le indagini sui campioni renali hanno evidenziato la presenza attiva di neutrofili e dell’enzima NADPH ossidasi nei siti di danno d’organo. I ricercatori riportano che queste componenti contribuiscono alla produzione di radicali ossidanti, noti come ROS, implicati nei meccanismi deleteri. Le osservazioni tissutali rafforzano i risultati ematici, collegando il danno locale renale ai processi sistemici di stress ossidativo.

Nei campioni di sangue lo stress ossidativo risulta associato a modifiche del fibrinogeno, proteina cruciale per la coagulazione. Le alterazioni molecolari rendono i coaguli più compatti e più resistenti alla degradazione, secondo i dati sperimentali. Questo aumento della compattezza e della resistenza alla fibrinolisi è indicato come un fattore che favorisce la formazione di trombi e aumenta il rischio di eventi trombotici.

Il team sottolinea che questi meccanismi non sostituiscono i fattori tradizionali come colesterolo o ipertensione, ma si aggiungono ad essi amplificando il rischio cardiovascolare. Prisco dichiara che il lupus è fortemente influenzato dall’infiammazione cronica e dall’attività della malattia, oltre ai fattori classici. Becatti spiega che i neutrofili, producendo ROS, attivano meccanismi dannosi sia negli organi colpiti dal lupus sia nel sistema circolatorio, facilitando le complicanze cardiovascolari.

Fiorillo afferma di aver identificato un nuovo meccanismo che chiarisce il collegamento tra malattia autoimmune e complicanze cardiovascolari: i danni al fibrinogeno aumentano con l’entità dello stress ossidativo e con la gravità del lupus. Gli autori propongono che intervenire sullo stress ossidativo potrebbe aprire la strada a terapie mirate per proteggere cuore e vasi nei pazienti con lupus. Lo studio proviene da Unifimagazine, testata online dell’Ateneo fiorentino, che riporta i dettagli e le citazioni dirette dei ricercatori.

Tag

Lascia un commento