In breve
- Lo studio pubblicato su Economic Modelling utilizza il modello Eurogreen per analizzare l’Italia.
- Un salario minimo a 10 euro/ora e un massimo a 40 euro/ora riducono lavoro povero e disuguaglianze di genere senza intaccare occupazione.
- La ricerca distingue 114 gruppi di lavoratori e trova stabilità di occupazione e produttività nel medio periodo.
Lo studio dell‘Università di Pisa pubblicato su Economic Modelling mostra che introdurre un salario minimo e un salario massimo pu ridurre le disuguaglianze senza compromettere occupazione e crescita.
La ricerca utilizza il modello macroeconomico Eurogreen per analizzare il caso italiano, confrontando uno scenario di riferimento senza interventi con scenari alternativi che introducono limiti retributivi.
Simulazioni con salario minimo a 10 euro e massimo a 40 euro
Le simulazioni mostrano che un salario minimo fissato a 10 euro l’ora è particolarmente efficace nel ridurre il lavoro povero e nell’aumentare i redditi più bassi. Le simulazioni prevedono, nella stessa impostazione, un salario massimo fissato a 40 euro l’ora, che agisce sulla parte alta della distribuzione dei redditi. I risultati indicano che il salario massimo contribuisce in modo significativo a ridurre il divario retributivo fra uomini e donne. Sul piano macroeconomico, le simulazioni rilevano che occupazione e produttività restano sostanzialmente stabili nel medio periodo.
Lo studio osserva inoltre che l’aumento dei salari più bassi tende a rafforzare la domanda interna, compensando gli effetti legati all’aumento dei costi del lavoro. Il contenimento dei redditi più elevati non produce impatti negativi rilevanti sull’attività economica complessiva nelle simulazioni condotte. I ricercatori descrivono la combinazione delle due misure come complementare: il minimo sostiene i redditi bassi e la domanda, il massimo limita la concentrazione salariale al vertice.
Metodo: modello Eurogreen e 114 gruppi di lavoratori
Il lavoro ricostruisce il funzionamento dell’economia italiana a partire da dati reali e distingue 114 gruppi di lavoratori per settore, livello di qualificazione e genere. Su questa base è stato costruito lo scenario di riferimento che simula l’evoluzione dell’economia senza interventi, e poi le politiche salariali sono state introdotte come scenari alternativi. Le simulazioni seguono la propagazione nel tempo degli effetti diretti su domanda, occupazione, produttività e prezzi.
Il paper è firmato da Guilherme Spinato Morlin, David Cano Ortiz, Simone D’Alessandro e Pietro Guarnieri del Centro di Ricerca Ecohesion Collective del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, e da Marco Stamegna della Scuola Normale Superiore. Simone D’Alessandro dichiara: “Il salario minimo e massimo funzionano bene insieme perché intervengono su due lati diversi della disuguaglianza: il primo sostiene i redditi più bassi e rafforza la domanda interna, il secondo limita la concentrazione dei salari al vertice. Combinati, permettono di ridurre le disparità in modo più efficace ed equilibrato, senza compromettere la stabilità dell’economia”.
D’Alessandro aggiunge: “Il dibattito pubblico spesso contrappone equità ed efficienza. Il nostro lavoro mostra che, se valutate in modo sistemico, politiche salariali ben calibrate possono ridurre le disuguaglianze salariali e di genere senza generare effetti macroeconomici destabilizzanti”.
Gli autori collocano il lavoro in un contesto critico per il mercato del lavoro italiano: negli ultimi trenta anni l’Italia è, secondo il loro testo, l’unico Paese dell’OCSE in cui i salari reali medi sono diminuiti, mentre negli altri Paesi avanzati sono cresciuti. A questi fatti si aggiungono l’aumento del lavoro povero e l’aumento delle disuguaglianze salariali tra settori, livelli di qualificazione e genere. Gli autori sostengono che intervenire sulla distribuzione dei salari emerge come scelta di equità e come leva per sostenere la domanda interna e rafforzare la coesione sociale.
