In breve
- Il CMCC stima che il riscaldamento potrebbe ridurre il PIL italiano fino a 6,0 punti entro il 2050.
- Eventi estremi hanno causato perdite di 822 miliardi di euro in UE tra 1980 e 2024, oltre 208 miliardi dal 2021 al 2024.
- Calore e siccità riducono la produttività e possono aumentare lo spread sovrano, aggravando la sostenibilità del debito.
Una nuova analisi del CMCC, in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability e European University Institute, quantifica il legame tra rischio climatico e finanze pubbliche per l’Italia. Gli autori dello studio sono Massimo Tavoni, che dirige lo European Institute on the Economics and the Environment al CMCC, Carlo Carraro, rettore emerito dell’Università ca’ Foscari di Venezia e tra i fondatori del CMCC, e Matteo Calcaterra, coautore della ricerca. Lo studio confronta scenari con danni climatici e scenari senza danni, valutando impatti su PIL, rapporto debito/PIL e premio sovrano.
In assenza di politiche climatiche e adeguate misure di adattamento, il documento stima impatti già rilevanti entro la metà del secolo. Le perdite riguardano sia la produzione di ricchezza che la sostenibilità fiscale, tramite una dinamica di crescita più debole che aggrava il rapporto debito/PIL e la rischiosità del debito sovrano. Lo studio presenta risultati quantitativi differenziati per scenari di temperatura e percorsi di crescita.
Impatto sul PIL italiano al 2050: fino a 6 punti
Lo studio indica che, entro il 2050, il livello di PIL italiano potrebbe risultare inferiore rispetto allo scenario senza danni climatici di una quota fino a 6,0 punti percentuali. Nel dettaglio, nello scenario ad alta crescita le perdite al 2050 vanno da circa 1,6% a 4,2% del PIL, mentre nello scenario tendenziale con temperatura più elevata le perdite variano tra 2,2% e 6,0%. Per un paese con crescita strutturalmente bassa come l’Italia, lo studio traduce queste differenze in una perdita di crescita che può raggiungere il 15% sul periodo considerato.
Le conseguenze sul medio termine derivano da una base imponibile ridotta e da un denominatore del rapporto debito/PIL più debole. Queste dinamiche, secondo il documento, rendono più difficile contenere il rapporto debito/PIL e aumentano la vulnerabilità fiscale del Paese. Gli autori sottolineano che mitigazione e adattamento riducono questi rischi e proteggono la traiettoria di crescita.
Effetto sul debito sovrano: lo “spread climatico” raddoppia i rischi
Lo studio definisce il concetto di spread climatico come l’aumento del premio sovrano indotto dal rischio climatico che agisce sulla sostenibilità del debito. Gli aumenti del rapporto debito/PIL e la maggiore rischiosità del debito portano a un aumento dei tassi di interesse che lo Stato deve pagare per rifinanziare il debito. Massimo Tavoni dichiara che il rischio climatico è anche un rischio sovrano perché impatti macroeconomici si propagano alle finanze pubbliche, aggravando una vulnerabilità già esistente.
Carlo Carraro avverte che tassi più alti significano maggiori costi per lo Stato e quindi maggiori imposte o maggiore indebitamento. Matteo Calcaterra osserva che ritardare l’azione climatica aumenta il costo economico del riscaldamento globale per un paese esposto come l’Italia. Lo studio afferma che mitigazione e adattamento sono leve per la stabilità macroeconomica e finanziaria.
Perdite in Europa 1980-2024: 822 miliardi di euro
Le stime europee contenute nello studio riportano che, nel periodo 1980-2024, gli eventi estremi hanno causato perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro nell’Unione europea. Il quadriennio 2021-2024 ha registrato perdite per oltre 208 miliardi di euro, che corrispondono a più del 25% del totale degli ultimi 45 anni. Gli autori precisano che queste stime riguardano soprattutto perdite su asset fisici e non esauriscono i costi indiretti, sanitari, produttivi e distributivi.
Le perdite non sono distribuite uniformemente: le regioni meridionali e orientali dell’Europa risultano più esposte, con effetti maggiori su produttività, infrastrutture e sistemi economici locali. Lo studio segnala che eventi estremi già oggi producono costi rilevanti e che la concentrazione geografica delle perdite orienta la necessità di politiche di adattamento mirate.
Calore e siccità: canali specifici del danno economico
Una parte crescente del danno economico europeo è attribuita al calore estremo e alla siccità. Le perdite da ondate di calore, misurate attraverso la riduzione della produttività del lavoro, sono state stimate tra lo 0,3% e lo 0,5% del PIL europeo, con impatti superiori all’1% in diverse regioni particolarmente vulnerabili. Le proiezioni indicano che negli anni Sessanta del secolo tali perdite potrebbero superare l’1,1% del PIL europeo in assenza di ulteriore adattamento.
Per la siccità, lo studio stima che, in assenza di azione climatica e adattamento, le perdite annue per UE e Regno Unito potrebbero salire dagli attuali 9 miliardi di euro a oltre 65 miliardi di euro l’anno in uno scenario di riscaldamento globale di 4 °C. Gli autori evidenziano una marcata concentrazione geografica di questi danni nel Sud e nell’Ovest del continente.
Lo studio conclude che i danni climatici aggravano il rischio di sostenibilità delle finanze pubbliche e agiscono come amplificatore di vulnerabilità, propagandosi dal sistema economico alla finanza pubblica. Gli autori sottolineano che mitigazione e adattamento sono strumenti di protezione sia per la crescita economica sia per la stabilità finanziaria e che ritardare l’azione aumenta i costi economici per l’Italia.
