In breve
- Il MOOC Global Value Chains and the environment è disponibile gratuitamente su Ipazia e curato per il progetto Alm@-DEH.
- Dal 1980 al 2008 il commercio è cresciuto circa il doppio del PIL mondiale; dopo il 2008 è iniziata la slowbalization.
- La frammentazione produttiva aumenta le emissioni di CO2 dai trasporti, ma microchip e batterie richiedono concentrazione geografica.
Il MOOC Global Value Chains and the environment, curato dalla prof.ssa Giorgia Giovannetti per il progetto Alm@-DEH, è disponibile gratuitamente su Ipazia e descrive le trasformazioni della produzione mondiale in relazione a geopolitica e ambiente.
Il corso propone strumenti teorici ed empirici per capire come le catene produttive frammentate influiscano sull’economia e sull’ambiente, e si rivolge a studenti, professionisti e lavoratori.
MOOC Global Value Chains and the environment su Ipazia
La struttura didattica del corso nasce per spiegare il funzionamento delle Global Value Chains, un modello di produzione frammentata diffuso negli ultimi 20-25 anni. Le Global Value Chains sono definite come reti in cui i beni attraversano i confini almeno due volte, con numerosi input prodotti in paesi diversi; l’articolo porta l’esempio dell’automobile con i fari in Italia, le gomme nel Regno Unito e le macchine in Germania. Il corso è pensato per mostrare come le PMI possano accedere all’internazionalizzazione partecipando a queste reti e come i paesi in via di sviluppo, inclusi molti in Africa, possano integrarsi producendo componenti specifici.
Cambiamenti dal 1985 al 2008 e dopo 2008
Dal punto di vista storico, dall’inizio degli anni ’80 fino alla crisi del 2008 il commercio mondiale è cresciuto a tassi circa doppi rispetto al prodotto interno mondiale, contribuendo all’espansione delle catene globali del valore. Dopo la crisi del 2008 e con l’emergere della pandemia di Covid, le imprese hanno messo in discussione la concentrazione geografica della produzione; l’articolo cita la paura legata a zone di crisi come Wuhan. Dal 2008 il commercio mondiale ha seguito il ritmo del PIL invece di raddoppiarlo, fenomeno descritto dall’ Economist come slowbalization, cioè riduzione relativa dei flussi senza una deglobalizzazione assoluta.
Nel nuovo quadro geopolitico si osserva una concentrazione degli scambi tra “Paesi amici” e una riduzione dei flussi tra blocchi contrapposti, con eccezioni quali i cosiddetti “Paesi connettori” come Vietnam e Messico, che commerciano con tutti e superano barriere politiche. L’articolo indica inoltre che l’ingresso dell’Africa nella globalizzazione potrebbe ricevere nuovo impulso dalla crescita demografica del continente, che porterà produzione e domanda.
Relazione tra Global Value Chains e cambiamento climatico
L’articolo spiega che la produzione frammentata aumenta le emissioni di CO2 legate ai trasporti, creando spinte verso il nearshoring e la produzione più vicina ai mercati. Tuttavia il concetto di “chilometro zero” risulta spesso inapplicabile per settori di manifattura avanzata, dove risorse e competenze sono geograficamente concentrate: l’articolo cita i microchip e le batterie elettriche come esempi. La rigidità degli approvvigionamenti di componenti specializzati rende difficile sostituire fornitori e spinge le imprese a diversificare le fonti, elemento discusso nel MOOC.
Per questi motivi la relazione tra catene del valore e cambiamento climatico è descritta come articolata e meritevole di analisi approfondita, che il corso si propone di offrire con strumenti teorici ed empirici.
L’articolo è firmato da Elena Elia e proviene da Unifimagazine, la testata online dell’Ateneo fiorentino.